Sidus clarum puellarum,
flos et decus omnium;
rosa veris, que videris
clarior quam lilium.
Tui forma me de norma
regulari proiicit,
tuus visus atque risus
Veneri me subicit.
Pro te dee Citharee
libens porto vincula,
et alati sui nati
corde fero spicula.
Ut in lignis ardet ignis
siccis cum subducitur,
sic mens mea pro te, dea,
fervet et comburitur.
Tibi dentes sunt candentes,
pluchre sedent labia,
que siquando ore tango,
mellea dant suavia.
Et tuarum papillarum
forma satis parvula
non tumescit, sed albescit,
nive magis candida.
Quodquod manus, venter planus
et statura gracilis,
te sic formant et cohornant
quod nimis es habilis.
Nitent crura, sed qui plura?
Deas pulchritudine
et celestes et terrestres
superas et genere.
Et idcirco, pia virgo,
nulli sit mirabile,
si mens mea, pro te, dea,
lesa sit a Venere.
|
| Stella lucente tra le fanciulle,
fiore e gloria di tutte,
rosa di primavera, che mi appari più candida del giglio.
La tua bellezza mi fa uscire dallo stato normale,
il tuo viso, il tuo sorriso
mi fan schiavo di Venere.
Per te della dea Citerea porto lieto le catene,
e dell’alato suo figliuolo
tengo in cuore le frecce.
Come nel legno arde il fuoco
ricavato dall’esca,
così la mia mente per te, o dea,
ferve e s’abbrucia.
I tuoi denti sono candidi,
regolari le labbra;
se le premo con la bocca,
danno baci di miele.
E la forma dei tuoi seni,
di giusta grandezza,
non è tumida, ma biancheggia
ancor più della neve.
Le tue mani, il ventre piano
e la statura snella
così ti aggraziano e ti adornano,
che appari molto bella.
Le gambe sono splendide,
ma che più? Tu superi in bellezza
e in nobiltà le dee del cielo
e quelle della terra.
E pertanto, divina fanciulla,
nessuno si meravigli,
se la mia mente per te, dea,
è ferita da Venere.
|