D’un sirventes far
en est son que m’agenssa
no·m vuol plus tarzar
ni far longa bistenssa,
e sai ses doptar
qu’ieu n’aurai malvolenssa,
si fas sirventes
del fals, mal apres
de Roma, que es
caps de la dechasenssa,
que dechai tots bes.
No·m meravilh ges
Roma, si la gens erra.
que·l segle avetz mes
en trebalh et en guerra;
car Pretz e Merces
mor per vos é sur terra;
Roma enganairitz
qu’etz de totz mal guitz
e cima e razitz,
que·l bons rey d’Englaterra
fon per vos trahitz.
Roma trichairitz,
cobeitatz vos engana,
c’à vostras berbitz
tondetz trop de la lana.
mas Sains Espéritz
que receup carn humana
entenda mos precs
et franha tos becs
Roma, no m’entrecs,
car es falsa et trafana
vas nos e vas Grecs.
Roma, als Sarrazis
faitz vos pauc de dampnatge,
mas Grecs e Latis
liuratz a carnalatge.
Inz el foc d’abis,
Roma, faitz vostre estatge,
en perdicion.
Ja Dieus part no·m don,
Roma, del perdon
ni del pelegrinatge
que fetz d’Avinhon.
Roma, ben ancse
a hom auzit retraire
que·l cap sem vos te,
per que·l faitz soven raire,
per que cug e cre
qu’ops vos auria traire,
Roma, del cervel,
quar de mal capel
etz vos e Cistel,
qu’a Bezers fazetz faire
mout estranh mazel.
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| Di comporre un sirventese su questa melodia che mi piace non voglio più tardare nè esitare ancora, eppure non ho dubbi che mi procurerà malevolenza,
se compongo un sirventese sui falsi e sui perfidi
di Roma, che è alla testa della decadenza,
in cui degenera ogni bene.
Non mi stupisco Roma,
se la gente cade in errore, perchè hai gettato il mondo
in tormento e in guerra
e Pregio e Pietà
muoiono a causa tua sulla terra,
Roma ingannatrice,
di tutti i mali guida,
cima e radice:
tanto che il nobile re d’Inghilterra
è stato da te tradito.
Roma bara,
la cupidigia ti acceca:
alle tue pecorelle tondi troppo la lana.
Lo spirito Santo
che assunse carne umana ascolti le mie preghiere
e spezzi il tuo becco.
Roma, non ti darò tregua:
perchè sei falsa e perfida,
con noi e con i Greci.
Roma, ai Saraceni
fai ben poco danno,
ma Greci e Latini
li mandi al massacro.
Nel fuoco dell’abisso,
Roma, hai eletto dimora, nella perdizione.
Dio non mi faccia mai partecipe,
Roma, del perdono
nè del pellegrinaggio
che hai fatto ad Avignone.
Roma, si è sempre
sentito raccontare
che la tua testa è vuota
perchè la fai spesso rasare.
Per questo penso e credo
che bisognerebbe strapparti,
Roma, il cervello
perchè un cappello d’infamia
portate tu e Cîteaux,
che a Béziers avete ordinato
uno spaventoso massacro.
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Toulouse, Anno Domini 1229: le truppe Francesi, nel corso della Crociata contro gli Albigesi, tentano ancora una volta di impadronirsi della città, difesa da quel che rimane della nobiltà del Midi. Forse proprio in questa occasione, all'interno della città assediata, il trovatore Guilhem Figueira compone le parole terribili che caratterizzano questa canzone. La crociata è quasi alla fine: ben presto i Francesi occuperanno e controlleranno ogni contea e roccaforte, dando il colpo di grazia alla civiltà cortese del Midi.
Quasi cinquant'anni dopo, il 25 settembre 1274, un uomo di nome Bernard-Raimond Baragnon, interrogato dall'Inquisizione di Tolosa, confessa di aver molte volte cantato e udito cantare in pubblico una canzone chiamata "Roma Trichairitz", di cui riporta anche il testo: si tratta proprio della canzone di Guilhem Figueira.
La canzone, composta con irriverenza sulla melodia di un inno mariano, sembra quindi aver goduto di un certo successo, forse grazie anche ai riferimenti a fatti accaduti durante la crociata.
In particolare in essa viene ricordato il massacro di Béziers, quando i crociati compirono uno sterminio indiscriminato degli abitanti, su ordine dell'abate Arnaud Amaury, che di fronte alla popolazione arresa, non sapendo come distinguere fra Catari e Cattolici, pronunciò la tristemente celebre frase: «Massacrateli tutti, perché il Signore conosce i suoi».
La versione di Roma Tricharitiz qui presentata integra il testo originale del trovatore con quello annotato nei registri dell'Inquisizione di Tolosa.
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